Never back down

Negli ultimi mesi, mio malgrado, ho avuto (e ho ancora) un sacco di tempo libero. Questo ovviamente non mi ha impedito di trascurare il blog come mio solito, e di questo mi scuso.

Mi scuso con chi mi legge e mi ha dato fiducia, e anche con me stesso, perché scrivere mi fa bene anche quando ho ben poco da dire, è un toccasana rilassante in un turbinio di passatempi frenetici e chiassosi.

Oh, intendiamoci, mi piace stare in compagnia, che sia per un concerto, una serata al pub, una cena o una serata con la mia metà, o infine una delle mie più recenti passioni, i giochi da tavolo. Ma ogni tanto ho la necessità di staccare, isolarmi e rilassare il cervello sovraccarico. Per farlo conosco solo tre sistemi: girare in moto, ascoltare musica e scrivere.

Sul primo, beh, la passione per la moto ce l’ho da quando camminavo a malapena, e dai 16 anni non sono mai stato senza moto, ma ultimamente è sempre meno rilassante per colpa, manco a dirlo, della gente incapace e pericolosa che sembra essersi moltiplicata. E delle buche, ma soprattutto della gente di cui sopra.

La musica è sempre stata parte integrante di me, anche se negli ultimi tempi l’ho trascurata, sbagliando, perché avevo il cervello oppresso da troppi problemi e cose da fare, e siccome l’intelligenza non è nella top ten delle mie peculiarità ho ben pensato di trascurare ciò che mi fa stare meglio per “avere più tempo per pensare alle cose urgenti”. E bravo me!

Infine, la scrittura. Anche se non ho mai avuto un diario segreto (in realtà ho un vago ricordo di aver scritto qualcosa per breve tempo su un diario niente affatto segreto, ma non mi convinceva) ho sempre sentito il bisogno di scrivere. Non l’ho mai fatto fino a pochi anni fa (come dicevo, l’intelligenza ecc… ecc…) ma l’ho sempre visto come uno sfogo, e infatti (non me ne vogliate) quando non scrivo raccontini scemi o storielle comico-demenziali scrivo principalmente per me, e so di non essere un granché ma non fa nulla. Chiaro che se poi a chi mi legge “arriva” qualcosa, mi fa solo piacere. Devo averlo già scritto in qualche pezzo più vecchio, ma mi riesce meglio scrivere quando lo faccio di getto -come sto facendo ora- perché se mi siedo lì a pianificare di scrivere, il risultato è una bella pagina bianca e un gran nervoso. Il rovescio della medaglia è che a scrivere di getto mi perdo in chilometrici sproloqui -ehi, guarda!, come sto facendo ora- e approdo a ben poco di concreto.

Comunque rieccomi, e dopo aver scritto queste poche (ma credo tante per voi che leggete, vi vedo a pensare “cheppalle questo oh”) righe dense di un bel nulla mi sento già meglio. Credo che per forzarmi a scrivere un po’ di più nel prossimo periodo scriverò post più brevi (basta gioire, vi vedo!) e vedrò di variare un po’. Ovviamente come sempre la mia incapacità di essere costante mi saboterà, però “c’è sempre un altro arcobaleno” e non mollerò. Ma vi pare normale che uno per seguire una sua passione si debba praticamente costringere a farlo?

Ma sarò scemo? (Non rispondete)

Willpower

– Comandante, il sonar ha rilevato qualcosa
– Mi faccia vedere
– Ecco, qui, vede? Sul fondale.
– Allargo la visuale.
– Non pensavo che ci potesse essere qualcosa, così in profondità.
– Eppure gli strumenti danno tutti lo stesso risultato.
– Confermo, Comandante, ne siamo praticamente certi.
– Vuole che mandi fuori il robot?
– Affermativo, voglio dare un’occhiata più da vicino. Ci siamo già imbattuti in falsi positivi.
– E anche in cose che sarebbe meglio lasciare sopite.
– Ha ragione, Comandante. Ho ancora davanti agli occhi quell’orribile Senso di Colpa per gli Studi Mai Finiti, ci ha quasi affondati.
– Robot inviato, Comandante; le immagini saranno disponibili in Sala 4 tra pochi minuti.
– Molto bene. Ci vediamo là. Fate un annuncio, voglio tutto l’equipaggio.
.
– Tutti in Sala 4, presto! Forse abbiamo trovato qualcosa!
– Ma figuriamoci, sarà il solito Ricordo Rimosso di una qualche figuraccia a scuola.
– O di quando da piccolo si lamentava del freddo pure in luglio.
– Ma no, così in basso ci sono solo le Delusioni d’Amore, figuratevi.
– Dai, dai, sbrighiamoci. Non sarà niente nemmeno stavolta, e magari finalmente potremo riposarci un po’.
.
– Signori, l’abbiamo trovata. Sembra impossibile anche a me, ma è così. La vedete chiaramente, no?
Il caldo e le aspettative deluse l’hanno colpita duramente, e l’hanno spinta molto più a fondo di quanto credessimo possibile; si è anche ridotta parecchio rispetto all’ultima volta, ma è lei.
Era data per dispersa, cancellata, ma noi non ci siamo arresi, VOI non vi siete arresi.
Voglio quindi fare i complimenti a tutti per l’ottimo lavoro, e allo stesso tempo vi invito a rimboccarvi le maniche, non abbiamo ancora finito.
Ora ci tocca la parte difficile: la sua Voglia di Fare è qui davanti a noi, ma dobbiamo convincerla a tornare in superficie.
– Ce la faremo, comandante?
– Certo, ma verso settembre.

Talent scout

Talento, talento, talento.

Fin da piccoli, consciamente o meno, il resto del mondo ci bombarda di aspettative nei nostri confronti. Si inizia da cose facili (beh, non se hai un anno) tipo non farsela nel pannolino ogni otto secondi, o scegliere di vomitare su qualcosa di meno prezioso dell’album di ricordi dei bisnonni, ma presto si passa a cose decisamente più complesse, e non certo alla portata di tutti.

Imparare a scrivere, a parlare, a far di conto, a leggere. Poi sempre più su nella scala della difficoltà, dal sapersi destreggiare in un qualunque sport al sapersi relazionare col prossimo.

A vivere.

Ma la domanda è: perché? Perché uno dovrebbe voler imparare per forza uno sport, a suonare, a guidare o chissà che altro? “Beh, ma per te stesso, per una tua crescita personale, per stare meglio e più in salute, per spostarti in autonomia, per per per”. Balle. Siamo condizionati fin da piccoli e quindi sono risposte automatiche, ma la verità è che dovremmo farlo solo per noi. Se ci va. E se per caso non ci riusciamo perché non siamo portati per quella determinata cosa, chissenefrega! E invece stiamo lì, raggomitolati sul letto, a disperarci perché non abbiamo segnato nessun gol, perché gli altri nuotano meglio, o perché ci hanno bocciati a scuola guida. Temiamo le reazioni dei nostri cari e dei nostri amici, temiamo di averli delusi e di non essere degni di loro. È di un’assurdità sconvolgente eppure insistiamo a comportarci così.

Solo nell’ultimo anno ho iniziato e mollato diversi hobby, tra i quali: ho fatto la birra in casa, ho tentato di creare scatole in foamcore per organizzare meglio le scatole dei giochi, ho tentato di riprendere il bowling, ho tentato di riprendere a suonare, ho comprato un Raspberry, ho ripreso la palestra per la millesima volta, ho seguito un corso per imparare a fare i trucchi e i giochi con le carte, e altre seimila, seimilacinquecento cose circa.

Percentuale di soddisfazione che ne ho tratto: 0%.

Tentativi fatti per ogni attività: sì e no 1.

Passiamo la vita a cercare di soddisfare gli altri, quando invece dovremmo badare a noi stessi per primi, ai nostri desideri, alle nostre aspirazioni, alle capacità o ai talenti che sentiamo di poter sviluppare o che vogliamo provare a coltivare, che siano per hobby o per lavoro. A cosa porta questo? Insoddisfazione e risentimento generalizzato, lo esterniamo e lo proiettiamo verso gli altri, ma forse è verso noi stessi e la nostra mancanza di coraggio nell’agire diversamente. Rimpianto per aver sprecato tempo ed energie in cose inutili anziché concentrarsi su cose che avremmo voluto fare e mai fatto, e infine un totale disinteresse per tutto ciò che fa da passatempo, dopo pochi tentativi. Mancanza di stimoli, ne cerchiamo di nuovi ovunque e iniziamo mille progetti e mille ancora, in cerca di qualcosa che piaccia a noi, ma senza sapere bene cosa cerchiamo, anzi a volte senza saperlo affatto, e questo porta poi ad una certa insofferenza verso tutto, svogliatezza e apatia.

Forse dovremmo smetterla. Smetterla di compiacere, smetterla di dire sì, di scusarci per i nostri fallimenti con gli altri. Dovremmo scusarci con noi stessi, perché ci siamo costretti a vivere la vita degli altri, rinunciando alla nostra. E dovremmo iniziare a fare ciò che piace a noi, per una volta, e se non ci viene bene lo facciamo lo stesso.

Al diavolo, domani vado al bowling.

Drop dead

Il mio primo ricordo è l’aria, la sensazione di non avere peso, né limiti.
Fluttuavo in cielo, senza pensieri, guardando tutto con stupore e godendomi ogni momento.
Pian piano ho iniziato a sentirmi strana, a disagio.
La luce diminuiva, dentro e fuori, mentre un rumore sordo, feroce e primitivo cresceva.
C’era sempre più buio, il rumore da cupo si fece assordante, scuotendomi e ferendomi.

Caddi, per un tempo che mi parve infinito,

Mi schiantai contro un muro freddo, impenetrabile.
Quando ripresi i sensi mi sentii intrappolata, senza possibilità di scappare.
Il panico prese il sopravvento.
Col passare del tempo ho appreso come difendermi, quello che era un muro l’ho plasmato, l’ho fatto mio, l’ho indossato come una corazza.

Fredda.

Impenetrabile.

Indurendo la mia essenza sono sopravvissuta, ho ripreso le forze e mi sono difesa, crescendo.
Poi la corazza ha iniziato a cedere, ho provato ad evitarlo con tutte le mie forze, senza successo.
Ho cercato di mimetizzarmi, di confondermi, ma ho capito che in realtà era già così, sono sola anche alla luce del sole.

Mi lascio andare.
La corrente aumenta.
Sempre più forte,
Più veloce.
Sto perdendo il controllo.
Il turbinio è sempre più violento, mi travolge senza sosta.
Il rumore si fa sempre più forte finché, d’un tratto, il silenzio.

Pace.

Ora ho il mio posto nel mondo.
Ora sono parte del tutto.
Ora ho capito.

Pensavo che sarei morta, ma era una rinascita.
Per una goccia il mare non è la fine, ma l’inizio.

Night owl

Notte.
Buio.
Occhi sbarrati.
“Ma che ore sono? *I can never get out of here, I don’t want to just float in fear* dovrei provare a dormire, ora mi rilasso e ci provo… Mi sa che domani attiverò la Pietra del Mago e inizierò a livellare Evocazione, sì. E Distruzione, ovviamente, se no ciao *Dead astronaut in space* Ma se evoco un’arma a due mani i danni li faccio a seconda della mia potenza di evocazione o della mia capacità con le armi a due mani? Devo segnarmi di controllare perché non mi ricordo. Ma che ore sono? *This world is killing me. Disassociative* Ah naturalmente dovrò equipaggiare una veste con rigenerazione di magicka se no dopo dieci secondi sono a secco e mi stendono. Perché non riesco a dormire? Sarà la luce dalla finestra aperta? Ma perché di notte fa buio ma c’è luce?”
Mi alzo.
Accendo il PC.
“Magari scrivendo qualcosa mi viene un po’ di sonno” (abbiamo presentato: “Le migliori cazzate che potete raccontarvi illudendovi di crederci, parte I”)
Va bene, cominciamo
***
Attenzione, flusso di coscienza confusionario e forse allucinato, è pur sempre notte fonda
***
Ultimamente sto latitando, dicevo l’altro giorno… Quando i cambiamenti mi prosciugano le energie il cervello mi si disattiva, non riesce a concentrarsi su ciò che vorrei fare, e si mette a pensare forzatamente a qualunque cosa assomigli a un hobby o passatempo pur di non impegnarsi sul serio. Anche ora mentre scrivo queste righe, in un orario sicuramente più consono al sonno che alla creatività, sono cosciente del fatto che i miei occhi continuano a distogliersi dallo schermo, cerco distrazioni per non dover pensare a cosa scrivere, ogni tanto mi blocco e devo costringermi a continuare. E scrivere mi piace, figuriamoci quando devo fare cose sgradevoli.
Tentando di ricostruire i flussi di pensiero dei minuti precedenti, districandomi tra i pezzi di canzoni che intervallano sempre i miei pensieri (stavolta era Manson, ma cambia spesso e non di mia volontà) e le elucubrazioni su Skyrim, che ho ricominciato per la nona/decima volta prima come guerriero ma ora voglio virare verso il mago tanto per, mi rendo conto di un concetto molto semplice: se investissi anche solo una parte del mio tempo all’organizzazione delle mie giornate, impegnandomi la metà di quanto mi impegno a studiare nella testa strategie ludiche su videogiochi giocati e stragiocati, farei sicuramente dei passi avanti e ridurrei i tempi morti, anziché ristagnare per poi lamentarmene in un circolo vizioso odioso persino a me, e non oso immaginare per chi deve avere a che fare con me. Potrei addirittura, senti che roba, scrivere con costanza o dedicarmi ad altre attività che tengo nel cassetto da tempo immemore; potrei addirittura alleggerirmi il cervello riuscendo a godermi davvero i momenti di relax con le persone importanti per me, anziché guastarmeli pensando a ciò che non ho fatto durante il giorno, la settimana, il mese, la vita. Che disattivare il cervello sia un meccanismo di difesa o meno, è frustrante non riuscire a concentrarmi nemmeno su ciò che mi piace, mi fa sentire inadeguato e svuotato; svuotato di un senso, di uno scopo, di un motore e di un traguardo. Mi fa sentire come un’auto senza benzina, o peggio con la benzina ma senza volante, vado e non riesco a decidere dove, non arrivo mai da nessuna parte perché giro in tondo e mi spengo pian piano, rallentando nel solco che mi sono creato con le mie insicurezze come Paperone quando rimuginando scava il pavimento del deposito. Serve trovare uno stimolo che funga da argano per tirarmi fuori, per darmi un motivo di sforzarmi a procedere anziché arenarmi e perdermi nel canto ipnotico delle abitudini malsane e controproducenti che mi fanno concentrare quando dovrei rilassarmi e mi distraggono quando dovrei stare attento. A più riprese nella mia vita mi sono convinto che questo stimolo, questo argano, fosse la scrittura. Ho iniziato e lasciato perdere innumerevoli volte, tornando sempre al punto di partenza, e ho fatto così anche in molti altri aspetti. Non che servisse dimostrare che i comportamenti acquisiti in un ambito vengono sempre, coscientemente o meno, trasposti anche nel resto della vita, e se sono comportamenti errati non è un’idea molto brillante, diciamo.
Chissà, magari ora dormo.

Mechanical animals

– Ciao.

— Ehi, ciao! Ti vedo un po’ giù, che succede?

– Eh, guarda, un po’ di menate, al solito… Senti, posso chiederti una cosa?

— Sì beh, è chiaro! Dai, dimmi tutto.

– Ma tu le sai cambiare le gomme?

— Le… gomme? Mh, no, mi affido sempre a qualcuno.

– E le candele, o la catena? I freni? Le luci?

— No, no, stesso discorso. Ma perché? Devi farlo anche tu e vuoi aiuto?

– In un certo senso sì, ho bisogno di aiuto ma vorrei non doverlo cercare. A volte mi sembra di viaggiare appiattito, irrigidito dal movimento sempre uguale, sempre dritto, mai una variazione, una curva. A volte mi sento incapace di fermarmi in tempo, rischio sempre di arrivare lungo, di spingermi troppo in là.

A volte avrei bisogno di più ripresa per partire bene, e a volte di maggior allungo per arrivare in tempo. E mi sono reso conto che per fare tutte queste regolazioni bisogna avere capacità che non possiedo, io non so fare niente di tutto ciò.

— Beh, però a guidare te la cavi. No?

– Eh, amico mio… Sì, so guidare discretamente, ho qualche ansia come tutti quando il percorso si fa accidentato, ma in linea di massima riesco sempre ad arrivare, sbaglio strada magari ma arrivo.

Il problema è che se volessi regolare qualche parametro per una maggiore efficacia non saprei da dove iniziare. Non basta saper guidare quando funziona tutto bene, se poi quando c’è un problema vado nel panico e non so dove e come intervenire, anche se magari è una stupidata.

Vorrei una risposta più morbida alle asperità del percorso, vorrei partire più deciso quando scelgo la direzione, vorrei riuscire a mantenere la traiettoria quando c’è una svolta inaspettata, vorrei potermi fermare sempre nel momento giusto e non troppo tardi.

Vorrei tanto saper sistemare le cose. Sporcarmi le mani, insomma. Arrangiarmi e, al contempo, prendermi più responsabilità che credo dovrebbero competermi.

Ammettiamolo, a malapena so come fare il pieno per poter proseguire ancora per un po’; e bada bene, ho dovuto imparare a mie spese a capire quando sta per finire ed è il caso di fermarsi al più presto. Non credo sia sufficiente.

— Ma non ti sembra di esagerare un po’? Certo, sarebbe utile saper fare tutte queste cose, ma i professionisti esistono anche per questo. Non possiamo essere tutti esperti di meccanica a 360 gradi. E poi già è difficile guidare la moto come si deve, stando attenti a tutto e a tutti; non per forza devi saperla anche smontare e rimontare per filo e per segno.

– Moto? Io parlavo della vita.

Hey stoopid

Gent.ma Ente Maria,

con la presente sono a comunicarLe la mia volontà di cessazione del nostro rapporto. Sono dispiaciuto di dover utilizzare un metodo così freddo e impersonale, alla luce dei nostri molti anni di collaborazione, anche se principalmente da parte mia, poiché Lei ha sempre cercato di mettermi i bastoni tra le ruote, e della stima che ho sempre nutrito nei Suoi confronti, per quanto evidentemente mal riposta. Mi rammarica, ma devo pur sfogarmi: ho sempre cercato di venirLe incontro, assecondandoLa in tutte le Sue idee più sconvenienti quando non addirittura deleterie, ho fatto tutto ciò che era in mio potere per divertirLa e farLa distrarre, e ho sempre contribuito nei limiti delle mie possibilità a farLe mantenere una certa elasticità. In cambio, ho ottenuto innumerevoli notti insonni, giornate intere con gravi deficit d’attenzione dovuti allo stress logorante che derivava dalle nostre molteplici e interminabili conversazioni senza capo né coda, e una considerevole quantità di emozioni negative dovute, ancora una volta, alle Sue discutibili scelte alle quali decidevo scioccamente di sottostare subendone inevitabilmente le conseguenze. Alla luce di tutto questo, rinnovo la mia volontà di cessare ogni rapporto, nella speranza di riacquistare una certa serenità, un equilibrio emozionale e perché no, anche una parvenza di sorriso. Pur con un certo rancore, porgo

Cordiali saluti

eMMe

– – –

Gent.mo eMMe,

faccio seguito alla Sua missiva per comunicarLe con grande rammarico da parte mia l’accettazione della Sua richiesta. Voglio solo dirLe quanto questo mi rattristi, ho sempre cercato di agire per il Suo e il nostro bene, spesso complicando le cose, questo lo concedo, ma in totale buona fede. Abbiamo fatto errori, certo, ma chi non ne fa? Mi dovrà riconoscere che ho sempre cercato di porvi rimedio, sebbene spesso la pezza fosse peggiore del buco. Conscia di non poterLa convincere a ripensarci, sono quindi a porgerLe i miei più sentiti auguri per una vita serena, leggera e senza pensieri.

Sempre Sua

M.Ente

Countdown

Di recente mi sono dato agli esperimenti, vuoi perché non avevo o almeno non ritenevo di avere idee valide e quando ne ho avuta una non me la sono appuntata ed è sparita nel vuoto della mia inesistente memoria, vuoi per forzarmi ad essere un po’ più consistent (sì, uso gli anglicismi per darmi un tono, ma sarà meglio precisare che lo intendo come costante e non come coerente, ché questa -almeno negli argomenti del blog- sarebbe più un’utopia), ma essendo pigro non ho voluto strafare, iniziando con un approccio di scrittura “creativa” al risparmio. Sto facendo anche il segno delle virgolette con le dita, per dare più enfasi alla cosa.

Ho poi deciso di raccogliere i post che ho scritto sulla mia omonima pagina Facebook in questi dieci giorni di esperimento. Per dieci volte ho pensato una o più frasi che avessero un senso, per me e spero per voi, usando ogni volta una parola in meno. A volte mi è uscita una storiella (come nel caso delle 6 parole, l’unica che avevo già scritto e che mi ha dato l’idea), altre un pensiero che mi concedo di ritenere sempre piuttosto profondo o comunque non senza senso. Bando alle ciance, eccoli qua raccolti.

10

“È presto per te, bimbo. Torna domani”, disse il becchino.

9

Se l’inferno non esiste, allora cosa abbiamo dentro?

8

E se i ciechi vedessero il vero mondo?

7

“Che piacevole aria fresca”, pensò mentre precipitava.

6

“Bussano”

Poi, dal sommergibile, solo silenzio.

5

+ Perché urli?

– Per non sentirmi

4

Inutile come stelle buie.

3

Vivo fuori sincrono.

2

– Soffri?

+ Sopravvivo

1

…Sipario.

J e il destino del mondo

Attenzione, articolo umoristico sprovvisto di malumore. Siete avvisati

Odiava suo padre.

Odiava l’impiegato sgrammaticato dell’anagrafe.

Odiava più o meno l’universo intero; era più comodo ricordarsi i tre che non odiava: la sua compianta madre Decency, il suo barbiere Oswald III (unico al mondo in grado di disciplinare i suoi baffoni da tricheco e i suoi lunghi capelli) e naturalmente il barman Archibald detto Sam.

Immerso nei suoi pensieri d’odio non s’avvide delle porte basculanti del saloon, né dello scalino che separava la lurida strada fangosa dal porticato in legno.

Il risultato fu (e non sorprende) uno strepitoso volo, per la prima volta nella storia verso l’interno del locale, con annessa capocciata e stordimento. Si rialzò giusto in tempo per assistere impotente alla fragorosa risata suscitata dalle sue gesta.

Ostentando una sicurezza che non gli apparteneva batté gli speroni, si diresse al bancone con incedere altezzoso e si appollaiò sul pericolante sgabello.

“Una birra, Sam”

“Eh, una birra. Fai presto a dire una birra. Vuoi una Pale ale, una Dark ale, una Stout, una Porter, una Weiss, una…”

“Dammi la solita, Sam, che diamine!”

“Se lorsignori permettono, sarà mio piacere offrire questo giro di bevute”

Il sussurro proveniva da uno straniero che nessuno aveva notato fino a quel momento, un elegantone in frac e bombetta del tutto fuori luogo.

Benché sussurrate, le parole furono udite da tutti, e tutti si girarono: nessuno offriva mai in quel saloon. Un applauso scrosciante esplose nella stanza, i beoni addormentati si svegliarono e gioirono alla prospettiva, e già qualcuno prendeva accordi per costruire un busto commemorativo allo ‘Straniero che parla strano’.

“Necessito immantinente delle vostre abilità, cow-boy. Vi prego, sediamoci” continuò lo straniero mentre già si voltava dirigendosi verso i tavolini in fondo.

“Permettetemi di presentarmi: io sono Hannibal Treehorn, fratello di un noto pornografo nonché inguaribile scommettitore. Ho sentito molto parlare di voi, ma non credo di aver afferrato il vostro nome; sareste così cortese da fornirmelo?”

“Non amo parlare del mio nome” tagliò corto il cow-boy.

“Vi prego di perdonare la mia insistenza, ma le buone maniere originano dal presentarsi”

“E va bene, che diamine. Parli davvero strano, lo sai? Io mi chiamo…” anche il cow-boy ridusse il volume ad un sussurro appena udibile “…Justine”

“Desolato. Temo di non aver afferrato”

“Hai capito benissimo. Mio padre era un analfabeta e l’impiegato dell’anagrafe un idiota. Chiamami J e basta, o mi alzo”

“Eccellente. Vedete, J, è per la vostra risolutezza ed arguzia che sono qui a chiedervi aiuto. Ho scommesso con quel tale che avrebbe perso a Cinque dita, ma io non vedo bene e mai potrei riuscirci.”

“E mi scomodate per questo? Stavo per farmi una birra in santa pace, che diamine!”

“Me ne rendo conto, ma vedete, la posta qui è piuttosto alta. Come forse intuirete dal colorito verdastro, quel tale è un alieno. Ama scommettere forse più di me, e purtroppo ama anche distruggere pianeti, ma solo se vince. Pertanto è imperativo che perda, mi capite, vero?”

“Diamine. Perché mi caccio sempre in queste situazioni?” ringhiò J, alzandosi.

Certo il tale era brutto forte, quasi quanto la sua ex-moglie (di certo era più gradevole nonostante le velleità distruttive) ma J lo affrontò di petto “Hey, bello, io e te abbiamo una sfida. Usa pure il mio coltello e facciamola finita”

“Glorg”

Il tale afferrò il coltello e iniziò a infilzarlo con precisione chirurgica sul tavolo tra un dito e l’altro, sempre più veloce. Finiti cinque giri si fermò. Il locale si fermò con lui, e un ammirato “Oooh” si levò da tutti i presenti: era riuscito a mozzarsi solo due dita, record ufficiale della città. La tensione era palpabile, ma J (che mai ci aveva giocato) non sembrava preoccupato. Si piegò su se stesso per concentrarsi, si rialzò e posò la mano sul tavolo. Lo straniero sbiancò. Il tale disse “Glorg”.

J mosse la mano a velocità sovrumana, finì i cinque giri e reinfoderò il coltello in pochi secondi. Teatralmente alzò la mano. Due ballerine svennero, lo straniero si fece portare i sali, gli altri ammutolirono. Tutte le dita erano al loro posto. Dopo i primi attimi di smarrimento, un tifo da stadio esplose in un coro “Jus-Tine! Jus-Tine! Jus-Tine!”e mentre J tentava invano di sovrastarli sbraitando “Solo J, solo J!” il tale disse “Glorg”, si alzò e ad antenne basse scomparve oltre le porte per non tornare, si spera, mai più. Lo straniero si era ripreso, sussurrò un grazie e scomparve anch’egli nella notte.

“Ehi, non mi ha pagato il giro di bevute!” urlò Sam rincorrendolo invano.

Fu solo anni dopo che J rivelò al suo barbiere come ci riuscì.

“Vedi, Oswald, la mia cara madre diceva “sii pronto a tutto, anche ad un alieno scommettitore che ama giocare a Cinque dita”: è per questo che ho sempre con me anche un coltello di gomma. Piegandomi li ho scambiati, e l’ho rinfoderato prima che mi beccasse. Ma non fraintendermi, l’ho fatto solo per salvarmi, non certo per questo schifo di città”

“Ma certo, J” rispose Oswald III “ma certo”

Shades

– Ti piace questa mela? Di cosa sa?

+ Di verde

Sono stato in barca, un’estate di qualche anno fa. Mai fatto prima. Era una barca a motore (solo per uscire dal porto) e vela che a me sembrava enorme ma mi hanno garantito essere una “barchetta” o comunque una non molto grande.

Mare calmissimo, saliamo e partiamo.

Finché si curvava stando praticamente su un fianco, nessun problema, ma quando abbiamo iniziato ad andare dritto sono subentrate le vertigini. Il rollio delle onde mi ha fatto venire un gran mal di mare, mi sono buttato in acqua per riprendermi ma quando sono risalito a bordo è tornato anche il malessere, hanno dovuto portarmi a riva.

È davvero così assurdo che sia stato il mare calmo a farmi stare male, mentre ero a mio agio (un po’ in ansia, certo, perché stare seduto ed avere praticamente la schiena in orizzontale e la testa ad una manciata di centimetri da una sconfinata distesa di abissi, voraci bestiacce e scogli acuminati non è nella mia top ten degli svaghi) con le pieghe da MotoGp che facevamo per curvare?

No, forse non è così assurdo: se ci penso, quell’esperienza è stata un’efficace rappresentazione della mia vita. Le situazioni diverse dall’ordinario mi stressano oltremisura e sono in ansia non-stop, reagisco male e la cosa mi stressa ulteriormente come se ce ne fosse bisogno, ma le reggo. Non vedo l’ora che finiscano, ma le reggo.

È quando le cose si appiattiscono, e c’è solo un rollio di fondo sempre uguale, che sto da solo coi miei pensieri e le cose si preparano ad affondare. Mi guardo intorno e vedo solo una distesa senza riferimenti, sono smarrito e ogni direzione sembra non portare a destinazione, come se poi la conoscessi. Subentra la noia, la rassegnazione ad un panorama sempre uguale, mancanza di stimoli che mi facciano agire sul mio timone interno per virare (o strambare, non sono un lupo di mare e non mi ricordo la differenza) e ritrovarmi, finalmente, mezzo capovolto con un muro d’acqua che invece di essere sotto mi si presenta praticamente di fianco, impaurito ed agitato, ma vivo.

Credo che in fondo per attutire il fastidio di questo piatto e monotono rollio non mi dispiacerebbe nemmeno vedere una stereotipata vela nera col teschio e le ossa all’orizzonte, pirati pronti all’arrembaggio per scombussolarmi tutti i piani e impadronirsi del bottino faticosamente racimolato in questi anni.

Da piccoli ci insegnano tra le altre cose a distinguere i cinque sensi, ci spiegano a cosa servono e come usarli, li catalogano, ci indirizzano anche in questo ad un uso schematizzato e conosciuto, rassicurante e confortevole.

Ci abituano al monotono rollio della vita fin da queste piccole cose, ma per fortuna c’è anche chi si ribella, chi vira di botto e decide che il 3 è chiaramente rosso e la musica di Bach è di tanti colori pastello. È liberatorio anche solo sapere che virare si può.

Giusto ieri mi hanno detto che i pirati sono viola, e l’ho trovata una forma di sinestesia azzeccatissima; è proprio il loro colore, e non saprei minimamente spiegare il perché.

E il mio? Non riesco a vederlo, ancora, ma spero che prima o poi la tavolozza finirà le sfumature e saprò cosa sono. Saprò chi sono.

Fino ad allora, non fatemi mai più salire in barca.